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Maternità nel mondo: quali sono i paesi da cui prendere esempio?🌍

Se c’è una cosa che tengo a ribadire ogni volta che parlo di Intercultura è proprio questa: dall’informazione può nascere il cambiamento. Chi mi segue su Instagram conoscerà molto bene questa frase perché appare proprio tra le prime righe della mia biografia. Cosa voglio dire con questo vi chiederete? In realtà il concetto è molto semplice. Viaggiare implica conoscere, conoscere implica aprire la mente, aprire la mente implica accogliere nuove forme di pensiero e modi di agire e trarre ispirazione da questi per migliorare noi stessi e/o la nostra società. Logico no?

Vi domanderete perché allora prenderla così alla larga per parlare di Maternità? E’ presto detto.

Maternità: una situazione comune, diversi approcci

Sebbene la maternità sia un tema che coinvolge centinaia di migliaia di donne da tutto il mondo ogni giorno, questo viene affrontato in maniera diversa perché diverso è il paese di riferimento, diversa la legislazione in vigore, diversa la mentalità e la società in cui queste stesse donne vivono. L’informazione che voglio raccogliere e diffondere con questo articolo ha quindi lo scopo principale di mettere in luce le soluzioni avanzate da nazioni europee e non che secondo la mia opinione sono tra le migliori, e spingere così al cambiamento positivo laddove ve ne sia bisogno. Un cambiamento che se a livello legislativo appare difficile da mettere in atto può risultare più che fattibile per quanto concerne il nostro atteggiamento e il nostro modo di intendere le cose. É importante quindi sapere che proprio in alcune parti del mondo questo cambiamento è già realtà e che non ci sono scuse che tengano o pretesti che ci impediscano di importare queste soluzioni anche all’interno della nostra società. Eccovi di seguito gli esempi che ho reputato più interessanti e d’ispirazione.

Danimarca: la concezione della donna lavoratrice e mamma

A dispetto di alcune mentalità di vecchio stampo che disegnano la donna lavoratrice e allo stesso tempo mamma come un’utopia e se vogliamo quasi un'”eresia”poiché tale immagine si discosta dall’ideale femminile di madre unica responsabile del focolare domestico, la Danimarca ha dimostrato che queste due realtà possono tranquillamente coesistere tra loro. Essere mamma e donna in carriera è perfettamente possibile se il relativo sistema sociale lo consente.

donne-in-carrieraLa società danese incentiva infatti la famiglia e vede la gravidanza della donna non come un ostacolo allo svolgimento della sua attività lavorativa ma come un vero e proprio contributo alla crescita demografica del paese. Vi sono multe salate qualora la donna in sede di colloquio venga discriminata a causa del suo stato interessante o dei suoi progetti futuri di mettere su famiglia.

La notizia di una gravidanza in sede di lavoro viene normalmente festeggiata e accolta favorevolmente anche dagli stessi colleghi e datori di lavoro che provvedono eventualmente ad offrire i comfort necessari. In questa intervista sul blog di Geekmum.it Francesca fornisce un’ interessante e dettagliata testimonianza della sua esperienza a Copenaghen e racconta in un aneddoto di come sul posto di lavoro fosse stato messo a disposizione un divano per tutte le future mamme che volessero distendervisi.

Come attestato dalla guida della Commissione Europea sul welfare danese le mamme in Danimarca possono contare su aiuti finanziari da parte dello stato e soprattutto su un solido sistema di previdenza sociale che permette alle donne incinte di sostenere esami preventivi durante la gravidanza nonché di avere assistenza ostetrica a domicilio e degenza per il parto in ospedale, tutto in forma completamente gratuita.

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Un adeguato trattamento finanziario e sociale non può che rappresentare perciò una win-win situation, in cui entrambi le parti coinvolte, mamme e datori di lavoro, ne possono beneficiare. A confermarlo è Christine Lagarde, ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale e attuale presidente della BCE affermando che la forza-lavoro femminile non può che andare a vantaggio dell’economia di un paese, della sua stabilità e prosperità e rappresenta perciò una carta vincente. Anche uno studio dell’Istituto statunitense per la ricerca sulle politiche a favore delle donne avvalora la posizione di Legarde rivelando che il congedo di maternità opportunamente retribuito non solo incentiva il rientro a lavoro delle neo mamme dopo il parto ma ne migliora anche il reddito familiare aumentando la produttività sul posto di lavoro e rafforzando anche la “fidelizzazione” delle dipendenti.

Record nei congedi di maternità e nei congedi parentali

Se a detenere il record di paese extraeuropeo con maggior durata del congedo di maternità è l’Estonia che concede 85 settimane di maternità e una retribuzione pari al 100%, seguita da Ungheria (72 settimane) e Bulgaria (52 settimane), a livello europeo sembra essere invece il Belgio il paese in cui è più facile diventare mamme. Come mostrato nella seguente infografica dell’Unione Europea risalente allo scorso 18 Marzo 2019: in Belgio alle neo mamme sono garantite 6 settimane obbligatorie e fino a 52 settimane facoltative di congedo retribuite al 90%.

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Se diamo invece un’occhiata ai numeri inerenti alla durata del congedo parentale è indiscutibilmente la Svezia a salire sul podio. In Svezia vengono infatti garantiti 480 giorni di congedo, di cui 90 per la madre e 90 per il padre e i restanti 300 giorni da dividere a piacere percependo l’80% dello stipendio. La durata della maternità non si discosta di molto dal numero di settimane concesso in genere in tutti paesi facenti parte dell’OCSE dal momento che corrisponde ad un periodo di 14 settimane ed è retribuito all’80% dello stipendio. Come mostrato nell’infografica dello studio svolto dal’ILO “Maternity and paternity at work: Law and practice across the world” l’Italia infatti rientra in questo caso nella media europea garantendo  più di 18 settimane di maternità. Per quanto riguarda invece il congedo parentale in Italia questo dura per le madri 6 mesi e per i padri 7 mesi con una retribuzione pari all’ 80% della retribuzione media giornaliera, qualora, tuttavia, il genitore si trovi da solo a crescere il proprio figlio il periodo di congedo è esteso al massimo a 10 mesi.

Il ruolo dei neo papà

E’ a partire dall’Aprile 2019 che il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la direttiva secondo la quale all’interno dell’Unione il congedo di paternità obbligatoria deve avere una durata minima di 10 giorni retribuiti al pari dell’indennità di malattia. Gli stati membri hanno tempo tre anni per adeguarsi alle disposizioni europee; in Italia, per il momento, la Legge di Bilancio 2020 prevede  un’estensione del congedo da 5 a 7 giorni: un piccolo passo in avanti che deve però precedere molti altri se si vogliono rispettare le linee guida stabilite dal Consiglio.

Queste ultime notizie in materia di paternità fanno ben sperare che qualcosa si stia muovendo per quanto riguarda l’equa spartizione degli incarichi genitoriali. Nel frattempo c’è chi ha già compreso l’importanza di garantire anche alla figura paterna la possibilità di partecipare più attivamente alle fasi più delicate della crescita del neonato nonché di restare accanto alla neo mamma fornendo supporto morale e assistenza della divisione dei compiti, è il caso ancora una volta della Svezia. Qui si registra un’alta percentuale di neo-papà che usufruiscono del congedo, una media del 69% in barba alla media europea pari solo al 30%. Perché ancor più importante della durata concessa dallo stato è difatti il reale numero di papà che scelgono di astenersi dal lavoro per rimanere a casa al fianco delle mamme. In Svezia non viene fatta alcuna differenza tra padre e madre, entrambi i genitori vengono trattati sullo stesso piano e ad entrambi vengono concessi rispettivamente due settimane ciascuno dopo la nascita del figlio.

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Statistiche a parte, una cosa è certa: come illustrato dallo studio scientifico di Petra Persson e Maya Rossin-Slater il congedo di paternità unito ad una maggiore flessibilità lavorativa può contribuire di molto al miglioramento delle condizioni di salute della madre, nonché alla crescita del bambino. Come risaputo, a causa dei forti cambiamenti fisici e di vita le neo-mamme possono andare spesso incontro a disturbi dell’umore o di tipo psicologico soprattutto dopo il parto. Se affiancate dalla presenza concreta del papà questa condizione di grande vulnerabilità può essere risolta in maniera molto più veloce ed effettiva rafforzando ancor più il legame familiare alla base e diminuendo di gran lunga l’uso eventuale di farmaci ansiolitici o di antibiotici.

 

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10 commenti

  • Annalisa Trevaligie-travelblog

    Io ho dovuto lasciare il lavoro, appena è nata mia figlia. Avevo la partita iva, e lavoravo come wedding ed event planner. Per me nessun aiuto da parte dello stato ne di nessun altro. Non riuscivo a coniugare lavoro, casa e bambina. Quindi ho dovuto chiudere tutto, a malincuore. Siamo ancora troppo indietro in Italia per garantire la dignità di una mamma lavoratrice.

     
    • Laura Serrentino

      Dispiace infatti sentire esperienze come la tua. Si spera veramente che tramite anche l’informazione e tramite le nuove direttive europee si riescano a fare dei passi in avanti. Sono sempre di più le mamme che lavorano da freelance, e, purtroppo, come confermi anche tu, non vengono garantiti diritti e sussidi che invece spetterebbero a ciascuna mamma.

       
  • moira

    La maternità è prevista in tutti i contratti di lavoro, tutti usufruiscono dei permessi pagati al 100% e in molti casi le neomamme restano a casa fino al compimento del primo anno di vita del piccolo. Quindi non credo che il nostro paese abbia da imparare dagli altri. Al contrario non trovo sufficienti i sostegni economici alle famiglie. Ecco in questo caso potremmo copiare un po’ quello che succede nei paesi più virtuosi.

     
    • Laura Serrentino

      Come ho scritto nell’articolo l’Italia in quanto a settimane di maternità rientra nella media europea ma purtroppo non mi trovi d’accordo su altri aspetti. Credo che anche noi possiamo migliorare per quanto riguarda sia la concezione di mamma e donna lavoratrice in generale, sia il fatto che ancora oggi purtroppo molte donne rimangono indietro sul fronte lavorativo se hanno intenzione di mettere su famiglia, a volte rischiano anche il lavoro come è capitato ad una mia amica. Poi c’è da fare un grande distinguo tra lavoratrici dipendenti pubbliche e lavoratrici freelance e nel settore privato. Non sempre questi diritti vengono garantiti, dipende ancora dal tipo di posto di lavoro. Inoltre anche sul fronte paternità strettamente legato a questo concetto dobbiamo ancora fare dei passi in avanti secondo me, che comunque come ho sottolineato nell’articolo sono piccoli ma ci sono. Sul discorso dei sussidi familiari sono anch’io d’accordo con te 🙂

       
      • Lucy

        Io aggiungerei il triste fenomeno delle dimissioni in bianco, fatte firmare alle neoassunte e tenute in un cassetto per anni a ricattare le lavoratrici. E le domande in sede di assunzione? La mia migliore amica è madre single, potrei raccontare per ore di disavventure che le sono successe a che fare con la ricerca del lavoro… discriminazione pura. Ne abbiamo da fare, di strada!

         
  • Giovy

    Un paese che mi ha molto colpito, in negativo, a riguardo del trattamento della maternità è stata la Svizzera. Io ho vissuto là per oltre 8 anni e ho visto le mie colleghe fare i salti mortali.

     
    • Laura Serrentino

      È vero tra le mie ricerche ho rilevato che la Svizzera e gli Stati Uniti sono trai peggiori paesi a livello dì previdenza sociale per le mamme😔

       
  • Noemi

    Io ho un’esperienza molto singolare con la maternità e devo dire che viaggiare ti permette di vedere l’approccio a questo momento della vita di una donna, in maniera molto diversa, da paese a paese, ma anche molto simile nella sostanza.

     
    • Laura Serrentino

      molto interessante il tuo commento, sarei curiosa di sapere la tua se ti va, su ciò che hai potuto constatare nei diversi paesi 🙂

       

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