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Fast Fashion: una gara al ribasso 🌍

Una gara al ribasso é quella intrapresa già da molti anni da alcuni tra i più famosi brand internazionali di moda. Cosa si gioca al ribasso? Prezzi e qualità degli indumenti, paghe dei lavoratori, condizioni di lavoro, assicurazione sanitaria. Una competizione al contrario, dove chi offre di meno é chi, in verità, ci guadagna di più.

Corsa agli acquisti, nuovi articoli di moda ogni settimana, shopping online rapido e indolore, capi d’abbigliamento economici e sfiziosi, messaggi pubblicitari in ogni angolo del web e dei social filtrati accuratamente e appositamente adattati ai nostri risultati di ricerca, e quindi alle nostre preferenze: questi e molti altri fattori alimentano un mercato sempre più basato sulla necessità spasmodica di avere, possedere ciò che è la novità, stare al passo con i tempi, seguire modelli e stili visti e rivisti magari scorrendo le foto ritoccate di una delle tante “influencer” su Instagram.

Lasciarsi inspirare da informazioni, immagini o eventi letti per caso su Internet, o in qualsiasi altro posto, non é affatto cosa riprovevole. Qualsiasi mezzo di comunicazione, se utilizzato nella forma corretta, può dispiegare tante altre opportunità e occasioni per conoscere persone e realtà nuove. Tuttavia, in un mondo in cui si porta tutto all’estremo, e dove l’acquisto spasmodico di indumenti ed accessori è all’ordine del giorno non guasterebbe affatto un po’ di vecchia e sana “aurea mediocritas” . Orazio lo sapeva bene che ancor più difficile e lodevole é la ricerca del “giusto e perfetto equilibrio in ogni situazione”.

Lezione di letteratura latina a parte, una cosa è certa: in qualsiasi ambito eccessi ed estremismi non portano quasi mai buoni frutti. É il caso, per esempio, del fenomeno fast fashion.

Cos’ è la fast fashion?

Con il termine fast fashion si intende letteralmente “moda veloce”. L’ aggettivo inglese “fast”, attribuito a questo tipo di fenomeno, allude difatti alla frequenza e al ritmo incalzante con cui alcune aziende di abbigliamento ‘sfornano’ ad ogni stagione decine e decine di collezioni diverse caratterizzate da indumenti e accessori in linea con le tendenze del momento ma a prezzi moderati e alla portata di tutti. Zara, H&M, Mango e Primark, Gap sono tra le più rinomate aziende che compongono il mercato del fast fashion. Questi brand offrono al consumatore una versione “cheap” degli indumenti di alta moda visibili ogni anno nelle passerelle con la sola differenza che il costo e la qualità del materiale di tali prodotti si discosta di gran lunga dai modelli originali. fastfashion

Il concetto alla base dei profitti delle aziende fast fashion è dunque quello di mantenere sveglio l’interesse del consumatore offrendo a distanza di poco tempo capi di abbigliamento sempre nuovi e articoli accattivanti e trendy. La domanda che sorge spontanea è quindi: la fast fashion è una mera tecnica di marketing o un fenomeno di portata ben più ampia? Cosa si annida realmente dietro questo mondo? E quali conseguenze ha su di noi e sulle altre persone coinvolte?

Strutture fatiscenti e non a norma e lavoratori sfruttati

Inutile dirlo ma questa è la realtà che si tende spesso a minimizzare. Perché in fondo lo sappiamo ma, finché non ci tocca da vicino, ci va anche bene così. Se il prezzo di base di un articolo è basso rispetto alla norma, qualcosa di strano c’è. Il motivo è facilmente riconducibile ad una situazione che sfido chiunque a non conoscere. In paesi come Bangladesh, Cina, India e Cambogia non è solo il costo della vita ad essere basso. Spesso anche la dignità e i diritti dei lavoratori sono dissotterrati a tal punto da essere ormai diventati quasi invisibili. Ne è prova tangibile il tragico evento del Rana Plaza Factory Complex a Dacca (Bangladesh): nel 2013 un edificio a 8 piani, una struttura fatiscente adibita alla produzione di capi di abbigliamento per conto di multinazionali come il   gruppo Benetton è crollata provocando 1129 vittime e 2515 feriti, la maggior parte dei quali tuttora disabili.

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Credits: United Nations Photo

Per porre fine a questa drammatica situazione è scesa in campo la Clean Clothes Campaign (in Italia nota come Campagna Abiti Puliti), impegnata sin dal 1989 nella promozione e attuazione di importanti iniziative mirate alla difesa dei diritti dei lavoratori nonché alla sensibilizzazione dei consumatori su questo tema. Grazie alla cooperazione di  sindacati e NGO e alla creazione di una rete di collaborazioni in tutto il mondo la Clean Clothes Campaign ha fatto sì che nel 2013 venisse firmato un Accordo quinquennale per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici da parte di 220 aziende tessili bengalesi. Da allora, grazie a tale accordo, sono stati fatti dei passi avanti: l’85% degli interventi riparatori segnalati durante le ispezioni effettuate in più di 1900 fabbriche sono stati portati a termine.

Al termine del quinquennio previsto dal programma, nel giugno 2017 la Clean Clothes Campaign ha esortato i brand firmatari dell’accordo a sottoscriverne una seconda versione, il cosiddetto Accordo di Transizione. Questo  prevedeva il versamento di 2,3 milioni di dollari nella messa in sicurezza di oltre 150 fabbriche nonché l’estensione delle protezioni previste nel primo accordo fino al 2021.

Ad oggi più di 140 marchi hanno firmato il patto. Ciononostante molti altri brand non hanno confermato la loro adesione alla campagna, tra questi vi sono ad esempio The North Face, Timberland, Gap, Decathlon e New Yorker.

Fast fashion: Effetti sul clima e sull’ambiente e danni alla salute

Per la seconda industria più inquinante del pianeta –  preceduta in classifica solo dal settore petrolifero – l’impatto ambientale sembra ancor oggi materia di poco conto. Eppure, stando alle cifre emerse dal Forum delle Nazioni Unite tenutosi lo scorso marzo 2018 a Ginevra, è il settore tessile il responsabile per l’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2, per il consumo di 93 miliardi di metri cubi di acqua e per la produzione del 20% delle acque di scarico. 10.000 litri d’acqua vengono consumati per la produzione di un solo paio di jeans, e quantità abnormi di materiale sintetico, tra cui acrilico e poliestere, vengono impiegate nella lavorazione dei vestiti. Le fibre sintetiche sono un derivato del petrolio, notoriamente difficile da smaltire, che nelle fasi di lavaggio del capo rilascia a sua volta tante piccole microfibre. Tali sostanze inquinanti vengono così rimesse automaticamente in circolo confluendo conseguentemente nelle acque di scarico e nei mari.

Si tratta di un inquinamento a lungo e a corto raggio negli oceani, nelle nostre case, fin sulla nostra pelle. I materiali dannosi a stretto contatto con la cute possono scatenare reazioni allergiche e favorire così l’insorgere di patologie dermatologiche, come confermato dalla ricerca svolta dalla Commissione Europea nel gennaio 2013 “Study on the Link Between Allergic Reactions and Chemicals in Textile Products”.

Alternative alla fast fashion?

Partendo dal presupposto che dei prezzi eccessivamente economici per un capo d’abbigliamento dovrebbero già essere un primo campanello d’allarme ad ammonirci che materiali e paghe dei lavoratori impiegati nella catena di produzione siano stati  altrettanto a basso costo, esistono altri piccoli accorgimenti che a lungo andare, se adottati con costanza, possono fare la differenza.

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1) Diminuire il consumo

le sedute di shopping hanno a volte un carattere quasi terapeutico ma se affrontate con responsabilità puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità possono avere dei risvolti positivi non solo sul nostro umore ma anche sull’ambiente e, perché no, sul nostro portafogli;

2) Evitare l’acquisto di capi d’abbigliamento realizzati con tessuti sintetici es. in poliestere o in acrilico), coloranti di scarsa qualità poco resistenti ai lavaggi e alle temperature medio-alte.

Inoltre non è necessario un occhio esperto per notare fili di troppo o fuori posto, assemblaggi improvvisati, tagli e cuciture realizzati in maniera non adeguata;

3) Preferire indumenti che siano veramente di nostro gusto a prescindere dalle mode del momento

Acquistare un indumento o un accessorio che rispecchi realmente le nostre preferenze, indipendentemente dai trend del periodo, è una scelta consapevole, personalissima nonché un investimento a lungo termine poiché non ci stancherebbe facilmente e avremmo piacere ad indossarlo per più tempo e quindi per più stagioni;

4) Sostenere “il fatto a mano” e quindi l’unicità

Acquistare indumenti, accessori e oggetti artigianali per la nostra casa o il nostro guardaroba non fa altro che dare un quid in più al nostro arredamento e al nostro vestiario, nonché incentiva il lavoro dei piccoli artigiani e il loro impegno nel realizzare delle creazioni uniche e inimitabili;

5) Evitare in generale l’acquisto di capi in aziende già ampiamente riconosciute responsabili del fenomeno fast fashion

A tal proposito l’articolo di seguito risalente allo scorso settembre 2018 conferma la mancata serietà di un colosso di questo settore ben noto ai molti: “H&M Le promesse non bastano: i salari restano di povertà” .

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In conclusione

Ad oggi è molto difficile se non impossibile risalire alle informazioni complete e dettagliate inerenti all’intero ciclo di produzione e vendita degli indumenti in commercio. In attesa che venga sviluppato un sistema di tracciatura adeguato che garantisca trasparenza per il consumatore che sceglie di acquistare il prodotto e vuole essere consapevole della filiera che vi è dietro, nel nostro piccolo qualcosa possiamo fare prendendo i dovuti accorgimenti.

Aggiornamento

Nel frattempo molti siti sono sorti in aiuto del consumatore per semplificare la ricerca e valutare più facilmente la filosofia e l’operato di vari brand di abbigliamento e non. I due siti di seguito elencati hanno ad esempio stilato delle classifiche e valutato diverse marche sulla base di criteri ambientali, adesione dei brand ad eventuali accordi per la tutela dei diritti dei lavoratori e politica di trasparenza:

www.rankabrand.org

www.goodonyou.eco

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